La prima intervista di AVA

20 Oct. 2019
Il braccio destro di Capo Plaza è una persona schiva e riservata, e finora aveva parlato solo con la musica i dischi d'oro e di platino—ma adesso ha deciso di raccontarci la sua storia.

Questo articolo fa parte del progetto di Havana Club in collaborazione con Vice in occasione dell'Havana Tour In Da Club. Leggi l'articolo originale di Redazione Vice Italia su Vice.com. Puoi trovare tutti gli altri contenuti sul tour a questo link.

Da un po’ di tempo ai producer è successa una cosa bella e strana: hanno gli occhi addosso tanto quanto ce li hanno i ragazzi che rappano sulla loro musica. A Charlie Charles, Sick Luke, Chris Nolan, Night Skinny, tha Supreme, Andry The Hitmaker e tanti altri va dato il merito di avere costruito questa cosa che era la nuova scuola del rap italiano e ora è solo, tra virgolette, il rap italiano. Da questo, ovviamente, derivano anche grandi responsabilità, difficili da gestire se non sei abituato a tenere un microfono in mano e hai passato l’adolescenza a premere tasti con le cuffie sulle orecchie.

AVA, il producer di Capo Plaza—una delle storie di più grande successo della trap italiana, detto in parole povere—non ci si è ancora abituato del tutto. “Quando mi vedono in giro a Salerno i ragazzini per strada mi chiedono che ci faccio lì, vogliono sempre sapere quando escono i prossimi pezzi”, mi racconta, “Però mi fa piacere soprattutto quando mi chiedono come stai. Perché non me lo chiedono mai”.

A guardare il suo Instagram, bene o male la vetrina personale che la nostra generazione si è scelta, AVA sembra una persona di poche parole. Le sue caption sono sempre ridotte all’osso, così come le storie. È che le parole di solito le lascia a Plaza, suo amico dai tempi dell’adolescenza, ma ormai ha capito che deve abituarsi a usarle anche lui—ora che ha cominciato a girare l’Italia da solista con i suoi DJ set. Quello che ha portato a Bari per la data di apertura di Havana Tour In Da Club, dove lo abbiamo incontrato per farci raccontare, per la prima volta, la sua storia.

Noisey: Dove sei nato? Raccontaci un po’ la tua infanzia, la tua adolescenza e la tua famiglia.
AVA: Sono nato a Napoli, in una moderna famiglia del sud, ma poi ci siamo trasferiti a Salerno, una città a cui sarò sempre grato: mi ha dato un’adolescenza serena. Ero un ragazzino solitario e socievole allo stesso tempo.

Che rapporto avevi con la scuola?
Non è che non mi piacesse, non mi piaceva quello che cercavano di insegnarmi. Sono stato bocciato due volte in quarta e poi ho detto vaffanculo, me ne vado. Stavo male, non sono mai riuscito a portare ottimi risultati. Passavo giusto con il 6, non riuscivo mai a fare cose concrete.

Hai anche fatto qualche lavoro, crescendo?
Il lavoro me lo sono inventato sempre io. Registravo gente che conoscevo per strada, venivano a casa da me. L’unico lavoro che ho fatto fuori dalla musica è stato nel negozio di mio padre, ma per pochissimo tempo. Non ce la facevo proprio.

Quindi, mollando la scuola, ti sei dato alla musica.
No, all’inizio la facevo perché mi piaceva e basta. I miei dicevano, “Se non studi stai davanti al computer, ed è meglio così che stare in strada a fare cose strane. Ti lasciamo là”. E io ci stavo.

In che modo ti sei appassionato al rap?
Ti dico la verità: avevo 9 anni, stavo guardando un talent americano in televisione, non ricordo neanche il canale, ma ho sentito qualcuno che era fortissimo a fare beatbox e mi sono innamorato di quei ritmi. Quindi ho deciso di farli anch’io, ma dato che con la bocca non ero capace mi sono fatto prendere una batteria! La suonavo nel garage, che non era insonorizzato, e facevo un casino assurdo… ma alla fine ho sempre ascoltato rap, a casa mia si ascoltava musica moderna, quindi gli italiani li ho presi da lì. Poi sono andato io ad approfondire sugli americani. Stavo sempre davanti al computer da piccolo: giocavo e ascoltavo musica.

Quando e come hai cominciato a produrre?
A 17 anni. Avevo un amico, Mojobeatz, che era in classe con me e già smanettava con le produzioni da diverso tempo. E stato lui a farmi venire un interesse smodato, volevo saperne sempre di più, così abbiamo iniziato a giocare insieme davanti a qualche programma per produrre. Pian piano è diventato un bisogno, non c’era altro che mi interessasse quanto la musica.

Quando e come hai conosciuto Plaza? Che cosa vi accomuna, qual è la chiave del vostro rapporto?
Nel 2013. Eravamo pochi della nostra generazione appassionati di rap a quei tempi a Salerno, però è stata anche una fortuna, dato che ci ha permesso di lavorare tutti insieme. Lavorare con Plaza fu una cosa del tutto naturale, proprio come il nostro rapporto. Scendevamo in strada, sentivamo musica insieme, fumavamo, perdevamo tempo e andavamo da me. Quando ho iniziato a produrre mio padre ha detto “Non voglio bordello in casa, vattene”, e mi ha aperto lui lo studio! Fortunatamente mio padre è il classico uomo che si è fatto da solo e non mi è mai mancato niente. Anzi, è grazie a mio padre e mia madre, che hanno creduto in me fin dall’inizio e si sono fidati di me, se ho potuto fare certe cose.

In quegli anni avevi capito davvero qual era il tuo stile?
Ero molto confuso. Producevo tutto, senza concentrarmi su una cosa in particolare. Un giorno facevo un beat trap, poi dopo dieci minuti mi passava la voglia e mischiavo le cose con il reggaeton. Non sono mai stato concentrato, e può succedere sempre che io cambi qualcosa all’ultimo minuto.

Come hai vissuto sulla tua pelle l’esplosione della nuova scuola italiana tra il 2015 e il 2016?
Seguivo molto la trap in quel momento, ma prima di “Giovane Fuoriclasse” noi non eravamo niente. Mi sentivo ancora solo un fan di quei ragazzi, li guardavo dal basso ed ero felice, e dicevo grazie a loro che la gente sta capendo qualcosa. Scrissi anche a IZI su Instagram perchè mi piaceva e nel giro di qualche tempo scrisse un pezzo su un mio beat, “Coquere Lithos”... ero gasatissimo. Ad ogni modo, è stato l’inizio di tutto. Ho capito che si poteva fare veramente anche in italia la trap e che se avessimo lavorato bene potevamo ritagliarci il nostro spazio. Quando siamo saliti a Milano per conoscere Ghali e la sua etichetta mi sembrava strano. Mi chiedevo perché avessero scelto proprio noi, tra tutta la gente brava che faceva numeri. Ma poi mi sono reso conto che se una cosa ce l’hai nel sangue, poi succede.

Quali sono stati gli avvenimenti e le persone che ti hanno fatto più crescere negli ultimi anni, sia come uomo che come artista?
Sicuramente i tour, il disco, le persone e gli artisti… ma soprattutto viaggiare fuori Italia e andare a vivere da solo in una città diversa da quelle dove sono nato e cresciuto. Ora sono a Milano e in questo periodo mi sento bene, ma i primi due mesi sono stati strani. Milano mi da più spinta e stimoli che Salerno ma mi sono aperto comunque uno studio là, anche se non ci sono tanto spesso, perché voglio che la mia vita sia la stessa ovunque. Le persone che mi hanno aiutato di più a crescere sono sicuramente sono Lollo, Pietro e Luca, i miei fratelli da un’altra madre.

Ora che è passato un po’ di tempo e hai la possibilità di guardarlo da una prospettiva più ampia, che cosa significa per te il lavoro che hai fatto con 20 ?
Essere riuscito a portare a termine qualcosa di concreto e di veramente bello. Sono sempre stato poco costante nelle cose, quel disco mi ha dimostrato che nella musica non è così.

Che cosa cambia nella nascita di un tuo beat contro uno a cui hai collaborato con altri beatmaker?
Nei beat da solo è il mio modo di percepire una sensazione, un’emozione. Quando solo con un’altra persona è come se il mio animo si modificasse ed entrasse in sintonia con l’altro producer, sono felice di fare beats con artisti che stimo. Prendi “Gang Shit”: con Sick Luke c’è un rapporto speciale, è un ragazzo molto semplice e gli voglio molto bene. Ogni volta che passiamo un pomeriggio assieme portiamo a casa almeno 5 beat.

Da qualche tempo hai iniziato a esibirti come DJ, però immagino non sia stato facile per te.
Ho imparato a suonare durante il primo tour live con Plaza, prima dell’inizio dello show facevo sempre un mini set. Da lì Pietro, il mio manager, ha iniziato un piano di convincimento durato un anno. È stato brutto! All’inizio suonare da solo mi terrorizzava, senza Plaza che intratteneva il pubblico e parlava. Ma Pietro mi spiegava che era il caso di fare qualche serata da solo, e ovviamente ha avuto ragione. La gente è presa un sacco bene per la mia musica—perché quella di Plaza è anche la mia. L’unico problema che ho quando giro è che non mi piace volare. Se posso fare 8 ore di treno invece di una di aereo mi faccio 8 ore di treno. Magari posso anche fare qualche beat, in aereo posso solo mettermi paura e basta.

Quali sono i beat che hai composto di cui vai più orgoglioso e perché?
Dovete ancora sentirli, manca poco.

In che senso? Hai qualcosa di tuo in arrivo?
[Sorride, non risponde]

Le porte della terza stagione di VIEWS al Kepler Club aprono verso l’una e mezzo. Noi ci perdiamo nella folla. È la prima delle 12 date di Havana Tour In Da Club e l’atmosfera è elettrica. I DJ della serata (oltre a AVA ci sono Kignos e PER$I, i due resident, e Sgamo, padrone di casa) si godono i set dei colleghi in mezzo al pubblico tra uno shot di Havana e l’altro.

PER$I, che fa parte di VIEWS fin dall’inizio, si guarda attorno soddisfatto prima di salire in console: ci spiega che vedere il Kepler pieno di gente presa bene è un’emozione unica per lui. “Bari è una città bellissima, ma difficile da scuotere”, ci dice. “Stasera è una conferma che questi anni di duro lavoro sono serviti”.

Incontriamo anche Bobo, un emergente che sta facendo parlare di sé in città: lui è entusiasta di esserci perché Capo e AVA sono una fonte d’ispirazione per lui, dice, anche perché si sono mossi da Salerno, una città “sottovalutata” come Bari. Noemi, che è venuta apposta da Milano dove lavora nel mondo della moda, è contentissima di vedere che VIEWS è diventato un punto di riferimento per il pubblico che ama lo stile urban e lo streetwear.

Quando AVA inizia il suo set sono le 3 e il club è pieno fino a scoppiare. Quando mette i pezzi realizzati insieme a Capo Plaza sembra di stare a un live e il pubblico perde la testa. Il manto di riservatezza che lo contraddistingue come producer che lavora “nell’ombra” si scioglie con il calore del pubblico pugliese, e la sua performance è un esempio di energia e forza tecnica.

Ma alle 4 il pubblico non è ancora spremuto a dovere, ed è il momento del patrono della serata Sgamo di mandare tutti a letto distrutti dopo un DJ set da manuale. Solo l’alba mette fine a questa festa che senza dubbio potrebbe non fermarsi mai. Per fortuna ci aspettano altre 11 date di Havana Tour In Da Club by Havana Club sparse per l’Italia.

Intervista ad Ava di Elia Alovisi; report della serata di Alessandro Scaccianoce; fotografie di Giuliana Massaro