Il rap napoletano era real anche prima di 'Gomorra'

24 Nov. 2019
Da Gomorra in poi tutti si sono interessati al rap napoletano, ma la sua storia non si è svolta solo a Scampia—e possiamo cominciare a raccontarla, stranamente, da New York

Questo articolo fa parte del progetto di Havana Club in collaborazione con Vice in occasione dell'Havana Tour In Da Club. Leggi l'articolo originale di Francesco Abazia su Vice.com. Puoi trovare tutti gli altri contenuti sul tour a questo link.

È il 2005 quando Alberto Cretara, che a Napoli tutti conoscono come Polo, cura la pubblicazione di Napolizm Vol. 1 - A fresh collection of Neapolitan rap. Il titolo inglese non è un vezzo internazionalista, perché la compilation viene presentata dalla Polemics Record, etichetta con base nel cuore di quel che resta di Little Italy a New York. La compilation—che viene iconicamente messa in vendita durante la festa di San Gennaro, santo patrono di Napoli celebratissimo a New York—contiene il meglio che il rap napoletano può offrire nei primi anni del nuovo millennio. Fuossera, Capeccapa, 13 Bastardi, Clementino, Co Sang e, ovviamente, La Famiglia, di cui Polo è membro fondatore e parte attiva anche dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti.

Napolizm vende benissimo tra le bancarelle di Mulberry street, così bene da spingere Polo a realizzare il volume 2 e, a corollario dell’esperienza, di filmare un documentario che racchiude in poco più di un’ora un pezzo di storia fondamentale del rap napoletano. Il documentario è rimasto senza distribuzione fino al 2018, quando Polo ha deciso di pubblicarlo su YouTube, mostrando una Napoli che in molti avevano dimenticato: "C’è la Napoli della crisi dei rifiuti, della faida di camorra, la città è raccontata in maniera molto schietta e ironica", ha detto una volta Polo a Repubblica.

Uno screengrab da "Napolizm vol.2", clicca per guardare il documentario

Il 2005 è anche l’anno in cui simbolicamente si conclude la faida di Scampia, quella combattuta tra i clan dei Di Lauro e gli scissionisti, quando il boss Paolo di Lauro bacia il leader degli scissionisti, Vincenzo Pariante. Nello stesso anno però, anche il rap napoletano subiva il suo più forte scossone, irripetibile per portata ed epicità: esce infatti Chi more pe’ mme, l’album d’esordio dei Co'Sang, il duo composto da ‘Ntò e Luché. È il disco che contiene alcune delle tracce più famose del rap non solo napoletano, ma anche italiano: “Int’ o Rion”, o “Chi more pe’ mme”, “Povere mmano” o “Poesia Cruda”—con il featuring dei Fuossera, tra i fondatori del movimento rap napoletano dei primi anni 2000.

Roberto Saviano, in un'intervista realizzata con i Co'Sang per l’uscita del disco, scrive: "Per anni, dai giornali ai produttori, verso chi si occupava di queste cose attraverso la letteratura, l’arte, la musica, le foto, c’era diffidenza quando raccontavamo il narcotraffico, l’impero di cemento. Era come se fossimo scarti di un passato ormai rimosso e sconfitto. D’improvviso, dopo la faida di Secondigliano, tutti quelli che erano considerati scrittori di menzogne e bugiardi, divennero profeti". Sotto diversi punti di vista, i Co'Sang inventano lo street rap italiano, in continuità diretta con il rap americano, utilizzando il dialetto per esprimere concetti ancora più crudi e arrivare allo stesso modo in tutta Italia.

Prima chi faceva rap non viveva tanto la strada, era una cosa più per bravi ragazzi; solo chi aveva un minimo di cultura in più veniva a contatto con il rap.
Luchè

«La mia formazione e quella di buona parte dei rapper della prima ondata è differente ma fino a un certo punto», mi ha detto Speaker Cenzou, uno dei totem viventi del rap napoletano—dai 13 Bastardi fino ai Sangue Mostro, passando per le collaborazioni con i 99 Posse. "Abbiamo vissuto l’avvento del primo gangsta rap, l’epoca dei NWA, la Death Row, Pac e Biggie, Scarface. Allo stesso tempo però ricevevamo l’influenza dell’altra faccia della medaglia, il lato soulful di gente come ATCQ e i De La Soul o l’impegno sociale di gente come KRS-One e Chuck D. Il punto è che nel corso degli anni l’industria americana ha praticamente fatto fuori questa componente lasciando il posto a un solo tipo di espressione, e la stessa cosa è successa in Italia, dove a partire dai primi Duemila molti del mio periodo storico hanno smesso o, peggio ancora, si sono riciclati per tentare di risultare credibili".

La ricostruzione storica di Speaker Cenzou è corretta: nonostante, come dimostrato da Napolizm, non esistesse una diretta competizione tra le due anime del rap napoletano (quella più sociale della Famiglia e 99 Posse e quella più street dei Co'Sang e Fuossera) il retaggio culturale da cui derivava la prima golden age del rap napoletano era completamente diversa da quello che sarebbe arrivato dopo i Co'Sang. Lo scrittore Antonio Bove, nel suo libro Vai Mo ricorda come l’origine del rap a Napoli, un po’ com’era successo nel resto d’Italia, si ricercasse all’interno della città metropolitana, in un humus sociale borghese o piccolo-borghese, un universo che ruota attorno al centro storico di Napoli: "Un giovane 'proletariato medio' (non ricchi e non poveri, insomma, nella città dove nobiltà e miseria spesso coincidono) nutrito con i palinsesti televisivi più che con la politica culturale, certo, ma che in qualche modo si era vista garantita un’istruzione più elevata della generazione precedente e che, di fatto, gli aveva spianato un orizzonte fino ad allora ristretto al buio, non solo metaforico, del proprio vicolo".

Anche Luché, metà dei Co'Sang e oggi, dopo un lungo percorso di rinascita, tra i più influenti e potenti artisti napoletani, è d’accordo con questa idea: "Prima chi faceva rap non viveva tanto la strada, era una cosa più per bravi ragazzi; solo chi aveva un minimo di cultura in più veniva a contatto con il rap. Quindi si notava chi aveva l’influenza del centro e chi della periferia". Tutto comincia dalla San Gaetano di Speaker Cenzou o da San Domenico Maggiore, "dove per notti intere abbiamo fatto cypher senza fine, coinvolgendo tutte le persone che vivevano quelle notti", per poi mano mano allargarsi sempre di più, "la mensa a Fuorigrotta, piazza Vanvitelli al Vomero, la periferia, il centro sociale Officina 99, dove la domenica abbiamo dato vita a Skillz Detector, una delle primissime Rap Battle che si vedevano in Italia".

In Italia il gangsta rap si può fare solo a Napoli, perché siamo i neri d’Italia: tutti sono un po’ razzisti nei nostri confronti
Lucariello

Nella ricostruzione della storia del rap napoletano, è impossibile prescindere dal nome dei 99 Posse. Il gruppo fondato da ‘O Zulu, Marco Messina e Massimo Jovine è l’espressione napoletana del periodo italiano delle posse, nato con una connessione fortissima a Officina 99, uno dei più importanti centri sociali occupati di tutta la città, nel quartiere di Poggioreale, a metà strada tra la Stazione Centrale e il carcere.

I 99 Posse monopolizzano il suono delle generazione dei primi anni Duemila, come fulcro di qualsiasi tipo di protesta: scolastica, sindacale o proletaria. Dopo che “Curre Curre Guagliò” entra nella colonna sonora di Sud di Gabriele Salvadores, la loro popolarità cresce, e la canzone diventa un vertice della trinità di singoli che trasformeranno i 99 Posse nel simbolo di una generazione (gli altri due: “‘O Document” e “Rigurgito antifascista”).

La copertina di "Curre Curre Guagliò" dei 99 Posse, clicca per ascoltare

Il passaggio verso l'esposizione più popolare e mainstream del rap napoletano invece si deve probabilmente a Clementino, che nel 2006 pubblica il suo disco d’esordio Napolimanicomio (che contiene alcuni degli inni del rap napoletano), ma con l’uscita di I.E.N.A. nel 2011, la successiva collaborazione con Fabri Fibra e la partecipazione a Sanremo arriva ad essere il volto mainstream del genere, pur rappresentandone solo una parte. Clementino infatti, al di là del suo successo pop, è legato alla tradizione del rap napoletano di Speaker Cenzou, la Famiglia e degli artisti che gravitano attorno alle quattro discipline come Francesco Paura, Tayone o Sha One. Quella del centro, insomma.

Il mondo dei Co'Sang, invece, segna in modo completamente diverso l'estetica del rap napoletano: "Il cambiamento più grosso, devo ammettere senza alcuna arroganza, credo sia avvenuto quando sono arrivati i Co'Sang", racconta Luché. "Avevamo il linguaggio giusto che per la prima volta avrebbe avvicinato il rap anche ai ragazzi del popolo che invece guardavano il movimento come una cosa che parlava una lingua diversa, che non gli apparteneva". Dopo lo scioglimento del duo nel 2012, mentre 'Ntò prosegue il suo percorso fondando Stirpe Nove e non allontanandosi poi troppo da quelli che erano gli stilemi dei Co'Sang, Luché decide, non senza qualche rischio, di dare vita a una vera e propria rivoluzione musicale, quella che porterà a L2 prima e a Malammore e Potere poi, aprendo le porte della nuova trap napoletana.

Ne 'Il bambino cattivo' ho provato a parlare ai ragazzi che anche allora subivano il fascino del modello criminale, mettendoli di fronte al fatto che se fai le tarantelle per davvero, finisci sempre o sotto terra o a Poggioreale
Speaker Cenzou

Più o meno nello stesso periodo, però, a Napoli succede qualcosa che stravolge per sempre l’idea di arte, spettacolo e cultura “pop” legata alla città e, con essa, anche la musica: Gomorra. Il successo del libro, del film e soprattutto della serie TV portano all’origine di quello che viene definito come “Gomorra sound”, un contenitore enorme ed eterogeneo all’interno del quale trovano spazio volti vecchi e nuovi della scena rap partenopea.

Tra i primi, di certo, c'è Lucariello, una delle figure storiche dell’hip hop a Napoli: dagli inizi negli anni Novanta fino agli Almamegretta, si era già imposto come personaggio chiave del suono di Napoli, ma il suo contributo più grande è quello di aver curato la colonna sonora di Gomorra, per cui ha composto “Guagliun e miez a via” e “Nuje vulimme 'na speranza” (con 'Ntò)—entrambi i singoli inclusi nel disco Il Vangelo Secondo Lucariello che ha in copertina la madonna con le pistole di Banksy, situata a pochi metri dalla piazza San Gaetano di Cenzou. E poi c'è Enzo Dong, diventato più di recente il volto di quel suono dopo la sua partecipazione attiva alla serie, sia come attore che nella colonna sonora con “Secondigliano Regna”. Da allora Enzo Dong è entrato e uscito dall'immaginario collettivo e il suo disco d’esordio appena uscito, Dio Perdona Io No, è l'ultimo tassello che completa il quadro della Nuova Scuola italiana.

Unos screengrab dal video di "Secondigliano Regna" di Enzo Dong, clicca per guardare

Per anni, attorno all’etichetta di Gomorra e Gomorra sound la città si è divisa, e così hanno fatto i suoi rapper, combattuti tra l’esaltazione del prodotto, la paura dell’apologia della malavita e un certo senso di sfruttamento di un immaginario fin troppo reale: "Negli anni Ottanta e Novanta neanche il centro storico era la bomboniera turistica che vediamo oggi, era degrado. C'era il coprifuoco ed eravamo nel pieno del boom dell'eroina e della guerra tra clan. Ne 'Il bambino cattivo' ho provato a parlare ai ragazzi che anche allora subivano il fascino del modello criminale, mettendoli di fronte al fatto che se fai le tarantelle per davvero, finisci sempre o sotto terra o a Poggioreale", dice Speaker Cenzou.

In un'intervista rilasciata a Giovanni Ansaldo di Internazionale, Lucariello dice una cosa che ritorna spesso nella storia dell’origine del rap e della musica urban napoletana: “In Italia il gangsta rap si può fare solo a Napoli, perché siamo i neri d’Italia: tutti sono un po’ razzisti nei nostri confronti". Il concetto viene ripetuto anche da Geolier, uno dei più talentuosi rapper dell’ultima generazione napoletana, in “New York”, una delle tracce del suo ultimo disco Emanuele: "Si ric ni**a me condann / pe' l'Italia n'so bianc" ("Se dici ni**a mi condanni / Per l'Italia non sono bianco").

L’esplosione lampo di Geolier, passato in poco più di un anno dal successo locale di “P' Secondigliano” alla major e alla Top 3 in FIMI è l’emblema della più recente nuova onda di rap napoletano, che grazie al nome suo e di altri artisti come Lele Blade, Nicola Siciliano, Vale Lambo, CoCo, MV Killa si è stabilita come una delle più interessanti e real nell'ormai saturo panorama rap/trap italiano: "Adesso piace tutto di più, siamo diventati più cool e molti hanno capito che entrare nel nostro mercato può fare la differenza".

LA coperdina di emanuele di Geolier, clicca per ascoltare

La scena napoletana gravita attorno a due punti di riferimento: BFM, l’etichetta fondata da Luché per aggregare il movimento collettivo che si fa sempre più importante, e l’Ex Voto Studio. Dat Boi Dee è uno dei produttori che, insieme a Yung Snapp, ha contribuito alla produzione del suono della nuova scena partenopea. "Non ho mai trovato giusto che la gente pensi che per spaccare bisogna emigrare verso Milano", mi ha detto quando l'ho sentito per questo articolo. "Ex Voto nasce quindi dall’esigenza di creare una struttura che sia all’altezza non tanto tecnicamente ma artisticamente. Una struttura che non sia obsoleta nel pensiero. Il caso ha voluto che tutte queste nuove leve si trovassero nello stesso luogo e con la stessa voglia di staccarsi dal passato, di creare un solco. Il resto è storia. Non credo sia un caso che il primo disco d’oro della nuova generazione sia stato partorito in napoletano all’Ex Voto".

Quella della Napoli di oggi è una scena capace anche di differenziarsi, passando dal suono più crudo dei Moderup a quello più melodico di Livio Cori o ancora a quello riflessivo degli Psicologi, ma che resta sempre ancorata alla sua forte radice rap e black, che la accompagna fin dall'origine della black music a Napoli—che ha poi fatto da ponte per la sua diffusione in Italia. Da James Senese a Pino Daniele, passando per “Stop Bajon” di Tullio De Piscopo—per alcuni il primo disco rap italiano—lasciandosi contaminare dalle influenze neomelodiche. "La costante", dice Dat Boi Dee, "è sempre la stessa: da Napoli non viene fuori nulla che non sia real".

Due degli artisti più interessanti dell'ultima generazione di artisti napoletani, CoCo e Geolier, sono stati i protagonisti della data di Catania dell'Havana Tour In Da Club. I due si sono esibiti davanti al pubblico enorme dell'ECS Dogana, tappa fissa per i rapper che passano per la città. Trovi un racconto fotografico della loro serata sulla pagina Facebook di Havana Club Italia—e segui il canale YouTube di Noisey, dato che presto pubblicheremo la nostra video intervista a Geolier.

Francesco è su Instagram.