Il rap di Bologna non tornerà mai più come prima

23 Nov. 2019
Su quello che è successo a Bologna dalle posse fino alla morte di Joe Cassano ci si potrebbe scrivere un libro—dal finale triste, ma pieno di rime storiche e scontri epici.

Questo articolo fa parte del progetto di Havana Club in collaborazione con Vice in occasione dell'Havana Tour In Da Club. Leggi l'articolo originale di Filippo Papetti su Vice.com. Puoi trovare tutti gli altri contenuti sul tour a questo link.

La questione della paternità del rap in italiano è stata per anni una delle più sentite e dibattute tra gli adepti della scena hip hop in Italia, per ragioni molto più legate al semplice egotrip rispetto ad una vera e propria esigenza di ricostruzione storica. Alcuni sostengono che i primi a fare rap nella nostra lingua madre siano stati quelli di Torino, altri quelli di Roma, altri ancora quelli di Milano. Difficile se non impossibile dirimere la controversia. Su una cosa però c'è un accordo pressoché unanime: la città che più di ogni altra ha dato l'imprinting decisivo al rap in italiano degli inizi, nella sua etica-estetica, è stata senza dubbio Bologna.

Faccio una piccola premessa: condensare tutta la storia rap bolognese in un articolo del genere è un'operazione praticamente impossibile. Bisognerebbe scrivere un libro. Bologna è stata per tutti gli anni Novanta la capitale del rap in Italia. Il mio è quindi un tentativo, per forza di cose parziale e limitato, di cogliere i momenti e i luoghi cruciali per la genesi e lo sviluppo del genere. Ma andiamo con ordine.

La città che più di ogni altra ha dato l'imprinting decisivo al rap in italiano degli inizi, nella sua etica-estetica, è stata senza dubbio Bologna.

Il nostro racconto ha inizio all'Isola Nel Kantiere, sul finire degli anni Ottanta. Siamo in pieno centro, a cinquanta metri da via Indipendenza: sul tragitto che collega la Stazione Centrale con piazza Maggiore. Alcuni ragazzi hanno occupato uno stabile abbandonato situato sul retro di un teatro, per creare uno spazio di aggregazione in cui far coesistere esigenze di lotta politica con quelle di espressione artistica. È qui che la mente creativa di Dee'Mo può dar sfogo alla sua attitudine multiforme. Dee'Mo è un visionario, proviene dalla scena hardcore-punk ma è anche un patito di arte visuale e da poco si è innamorato della cultura hip hop. Ogni primo sabato del mese è l'agitatore di una serata dal titolo “Ghetto Blaster”, in cui il centro sociale si apre a sonorità black e a cui partecipano attivamente vari appassionati del genere, con i primi freestyle.

Isola nel Kantiere, fotografia di Luciano Nadalini

Dalla sperimentazione di quelle serate – in cui coesistono rap, funk, reggae, raggamuffin e quant'altro—nasce Isola Posse All Stars, progetto che vede al microfono Deda, Treble e Gopher, oltre a naturalmente lo stesso Dee'Mo. La pubblicazione del singolo “Stop Al Panico” è una bomba che deflagra in lungo e in largo, imponendo la suddetta forma musicale come nuovo linguaggio nel mondo della controcultura, al pari di “Batti Il Tuo Tempo” dei romani Onda Rossa Posse, uscito appena qualche mese prima. Si consolida così il discorso delle Posse, un fenomeno tutto italiano e molto controverso nella sua ricezione.

Isola Nel Kantiere dura tre anni, viene infatti sgomberata nel settembre del 1991. Ma l'eredità che lascia è destinata a proliferare, anche materialmente. Sorgono infatti due nuove entità, organizzate da alcuni reduci di quell'esperienza; due luoghi che diverranno presto fondamentali per il prosieguo della storia: il Link di via Fioravanti e il Livello 57, soprattutto nella sua seconda incarnazione, quella sotto il ponte Stalingrado, vicino alla stazione, con uno spazio interamente dedicato all'hip hop, messo in piedi grazie agli sforzi di Dj Trix, e ribattezzato Zona Dopa.

L'artwork di "Stop al panico" della Isola Posse All Stars, clicca per guardare il video

Passaparola”, il secondo singolo degli Isola Posse, è importante perché segna l'ingresso nel gruppo di due altre due figure chiave: Neffa, fino ad allora batterista in vari gruppi hardcore-punk, tra cui gli storici Negazione, diventato un MC; e DJ Gruff, proveniente dalla scena hip hop di Torino e vicino ai milanesi Radical Stuff (DJ Skizo, Kaos, Sean e altri)—il primo vero gruppo hip-hop italiano, che però rappava in inglese. Ed è proprio un personaggio vicino ai Radical Stuff a svolgere un ruolo fondamentale, seppur meno visibile, per il rap a Bologna: Soul Boy.

Originario delle Barbados, cresciuto a Londra e trasferitosi nel capoluogo emiliano, quest'ultimo—MC, breaker, promoter—è considerato da tutti i pionieri come un vero e proprio mentore. Tanto per la sua attitudine positiva, quanto per la sua conoscenza della cultura hip hop e per la capacità di fare da filtro tra le differenti realtà che si stavano sviluppando nelle città del Nord.

Soul Boy, fotografia promozionale

Altre due uscite discografiche sono comunque da citare per inquadrare al meglio il periodo: “Slega La Lega” dei Fuckin' Camels'n Effect, assieme al compianto DJ Fabri—guarda caso anch'esso ex-batterista dei Negazione—e “Sfida Al Buio”, sempre di Dee'Mo. Il primo è un brano attualissimo contro la Lega Nord in cui Yared, Galante e Gambino fanno sfoggio per la prima volta del loro stile unico, fatto di timbri vocali particolari, cadenze originalissime e invenzioni lessicali. Il secondo segna invece l'addio al rap del leader degli Isola Posse con un pezzo oscuro e dilatato, in cui l'attitudine militante viene declinata in un'ottica più introspettiva. Nonostante il ritiro, quest'ultimo rimarrà comunque uno delle personalità più influenti della scena, non solo per il grande carisma, ma soprattutto perché sposterà la sua attività sull'ambito visuale, progettando il design di alcune delle cover più iconiche del periodo.

I dischi fin qui citati escono tutti sotto la stessa etichetta, anch'essa di stanza a Bologna, la Century Vox di DJ R, il primo ad intuire le potenzialità discografiche di tutto questo flusso di contaminazioni. E riguardando oggi la pagina Discogs della label sembra quasi di osservare una gallery delle prime composizioni grafiche di Dee'Mo.

Dentro SxM dei Sangue Misto c'è l'Isola Nel Kantiere, ci sono le Posse e c'è Bologna intera.

Proprio quest'ultimo è infatti l'autore della copertina del disco di cui andremo a parlare ora, senza dubbio il più importante album rap italiano di sempre. Sto parlando naturalmente di SxM dei Sangue Misto, ancora oggi uno dei vertici assoluti del genere. E qui mi permetto una digressione personale.

Quando mi sono avvicinato all'hip hop, attorno al '97, SxM era già fuori catalogo da tempo, benché fosse uscito solo qualche anno prima. Circolava principalmente su cassetta e dovevi fartelo duplicare da qualche amico, ritrovandoti con la copia di una copia di una copia di una copia. I vari strati del doppiaggio conferivano al suono un'aura ancora più fumosa. Sembrava davvero di stare in Zona Dopa. Quando finalmente sono riuscito a recuperarlo, dopo una difficile ricerca, sono letteralmente impazzito: del tipo che ricordo benissimo dov'ero e cosa stavo facendo quando ho ascoltato “Lo Straniero” per la prima volta.

La copertina di SXM dei Sangue misto, clicca per ascoltare

In quel disco Neffa, Deda e DJ Gruff sono riusciti a prendere tutto quello che c'è stato prima e risputarlo fuori in maniera diversa. Dentro SxM c'è l'Isola Nel Kantiere, ci sono le Posse e c'è Bologna intera. Ci sono le contraddizioni di una città benestante, medio-borghese, ma che dal dopoguerra in poi ha sempre avuto una tradizione di sinistra, anche antagonista. C'è il via-vai di una delle più storiche e frequentate università d'Italia, e c'è l'eco della controcultura dei decenni precedenti. Ma soprattutto, in nuce, c'è tutto il rap italiano degli anni a venire.

E qui il discorso inizia a complicarsi, e a farsi più intricato. Zona Dopa diventa ben presto un luogo di culto. Le serate organizzate da DJ Trix iniziano ad essere sempre più frequentate, da ogni parte d'Italia. I suoi DJ set pompano il suono giusto al momento giusto e accolgono importanti ospiti d'oltreoceano. Il rap bolognese giunge a piena maturazione proprio nel momento d'oro di Zona Dopa e molti dei rapper che gravitano attorno ad essa, o che semplicemente frequentano le serate, pubblicano alcuni dei dischi più importanti del decennio, non solo in ambito hip-hop.

L'artwork di Neffa e i Messaggeri della Dopa di Neffa, clicca per ascoltare

Come cartina al tornasole può essere utile leggere il retro delle copertine dei lavori solisti di Neffa, tutti i nomi maggiori sono scritti lì. Ci sono Deda, DJ Gruff, Kaos, Esa, Camelz, Sean, DJ Skizo, DJ Lugi e molti altri. Tutti i maggiori talenti nel genere stazionano o transitano a Bologna, e ognuno vuole dire la sua, vuole distinguersi. Nascono tensioni, conflitti. Le personalità in gioco sono belle complesse e la competizione, anche tra amici, è alle stelle.

Sì, perché nonostante il grande successo radiofonico di “Aspettando Il Sole”, il tutto rimane sempre confinato in un'ottica underground: quello che più importa è il riconoscimento della scena. Una scena che comincia ad allargarsi a macchia d'olio e da cui emergono nomi nuovi di grande impatto come Inoki e Joe Cassano. C'è la PMC fondata dallo stesso Inoki con Gianni KG e Pazo. Ci sono i Gardens Abitudineri di Shezan Il Ragio. Sono attivi anche gli Orror Vacui Grooverz; c'è Danger. Per non poi parlare di tutti i fuorisede che si sono trasferiti all'Università di Bologna proprio perché appassionati di hip hop e vogliono mettersi in gioco. Insomma, c'è un fermento enorme, davvero difficile da descrivere in poche righe.

L'artwor di Dio Lodato di Joe Cassano, clicca per ascoltare

Un evento tragico scuote la scena e spegne, metaforicamente, questo momento d'oro. Nell'aprile del 1999 muore infatti Joe Cassano, che da qualche tempo si stava imponendo come nuovo, potentissimo MC. Neffa pubblica l'EP Chicopisco, saluta tutti e si mette a fare le canzonette. Deda, Kaos e Sean formano Melma & Merda e danno alle stampe un capolavoro, che però dà subito l'impressione di rappresentare il compimento di un percorso. L'uscita di Nextraterrestrial, l'esordio su LP dei Camelz, chiude tutta la questione. È un disco narcotico, a tratti violento, in cui spicca un brano—“10 Sacchi per ogni Smi”—che è un ferocissimo dissing a Neffa, accusato da Yared e Galante di aver copiato gran parte del loro stile.

Dio Lodato, l'album postumo di Joe Cassano, fortemente voluto dal fratello Alberto e pubblicato in collaborazione con l'etichetta di Yared, la Portafoglio Lainz, esce poco tempo dopo. Diventa ben presto un culto underground e vede varie ristampe. La title track—su un beat di Kaos – è senza dubbio uno dei brani simbolo del rap italiano e lascia l'amaro in bocca perché suggerisce cos'altro avrebbe potuto fare il compianto Joe con più tempo a disposizione, vista l'originalità e l'irruenza della sua proposta.

A cavallo tra i due millenni è però Inoki a diventare il nuovo rapper di riferimento per Bologna. La sua crew, la PMC, diventa una delle più attive in città, con una grossa componente nord-africana. Il suo disco d'esordio 5° Dan vede la partecipazione di molti artisti provenienti da varie zone d'Italia che incominciano a gravitare su Bologna, come Shablo o Rischio. Inoki arriverà anche su major e in televisione, ma se ne allontanerà poco tempo dopo per fare musica nell'underground. Ciononostante, è ancora oggi molto popolare anche in ambiti non strettamente hip hop per una traccia che è diventata nel tempo un vero e proprio inno: l'immortale “Bolo By Night”, prodotta da DJ Shocca.

L'ultimo grande evento del rap a Bologna è il 2TheBeat. Anzi, probabilmente è l'ultimo grande evento del rap italiano nell'underground, prima dell'esplosione definitiva del genere nel mainstream con i vari Fabri Fibra, Club Dogo e Marracash, e dell'odierna diffusione di massa della trap. Visto in retrospettiva, il 2TheBeat è forse la summa di tutto il discorso fatto fin qui: una gigantesca battle di freestyle in cui si confrontano, a Bologna (tra Link e Livello 57), tutti i principali interpreti del rap italiano, della vecchia e della nuova scuola. Ai giradischi c'è DJ Trix, Inoki fa il maestro di cerimonia e Dee'Mo si occupa della parte grafica: quale miglior trio per collegare le differenti fasi della storia?

L'ultimo grande evento del rap a Bologna è il 2 The Beat. Anzi, probabilmente è l'ultimo grande evento del rap italiano nell'underground, prima dell'esplosione definitiva del genere nel mainstream.

Sono passati quindici anni e la scena bolognese non ha mai smesso di essere attiva, seppur perdendo di rilevanza nel panorama nazionale. Il ricambio generazionale c'è stato, ma oggettivamente non sono nati talenti in grado di ripetere le gesta di Neffa o Inoki. Oggi uno degli MC di maggiore caratura è Brain, che dopo l'esperienza dei Fuoco Negli Occhi continua da solista a rappresentare la città. Cruciale anche l'attività del collettivo Arena051, grande crew che da molti anni, oltre a fare musica, è attivissima a livello organizzativo.

Ma dovrei citare numerose altre cose, e ripensandoci non ho speso una parola nemmeno per Ca'Pù di DJ Lugi, per i dischi di Kaos. Non ho neanche analizzato bene I Messaggeri della Dopa e 107 Elementi, non ho parlato di Lama Islam, Mazzini Maghreb, Mic Meskin. Non ho citato le serate con Moddi maestro di cerimonia, i grandi DJ che hanno spaccato in città come Tayone, Inesha, Spass. Mancano Brenno, Taiotoshi, e chissà quanti altri ancora...

Abbiamo parlato un sacco della storia della scena bolognese, dato che è lunga e affascinante, ma ovviamente è ancora viva e vegeta. In città c'è chi tiene viva la fiamma della tradizione, ma convive con il pubblico nato per la nuova scuola del rap italiano—e il 22 novembre Havana Tour In Da Club è passato al Qubò, un club a lei legato, con un DJ set di Drone126 e Close Listen. Trovi un racconto fotografico della serata sulla pagina Facebook di Havana Club Italia.

Filippo è su Instagram.